di Lucio Boldrin

È il momento di dire basta agli abusi sui bambini negli asili. Ma come?
Urla con il dito puntato contro il naso, strattonamenti, minacce di castighi, punizioni umilianti.  E’ iniziato un nuovo anno scolastico e le cronache tornano a parlare di abusi negli asili. Mi chiedo quale sia il limite tra la severità di un insegnante, comprensibilmente stanco, e il maltrattamento dei bambini. Qual è la soglia dell’abuso? Quale il limite che un docente non deve mai oltrepassare? E come è giusto muoversi per salvaguardare il benessere psicologico, oltre che fisico, dei bambini a scuola?
Gli abusi e i maltrattamenti a scuola esistono. Spesso non hanno le forme eclatanti di quanto accaduto recentemente a Roma e Alessandria ma, non per questo, sono meno gravi dal punto di vista psicologico per coloro che le subiscono.
I bambini talvolta preferiscono tacere per paura di non essere creduti o perché sono stati minacciati, e i genitori non sanno come muoversi, sospesi tra il confidarsi con altri, chiedere spiegazioni alla scuola o rivolgersi alla questura. Il dubbio è quale sia davvero la cosa giusta da fare per il benessere del bambino, la sola cosa davvero importante.
Ne parlo in quanto anch’io, più di una volta, mi sono trovato a parlarne  con famiglie che hanno figli di età diverse, iscritti a scuole primarie, pubbliche e di “buona fama”, che non sanno come reagire a fatti, apparentemente non gravi, che quotidianamente accadono nelle classi dei loro figli. Mi hanno parlato di una bambina che è rientrata da scuola con dei segni sul braccio perché l’insegnante era spazientita e l’ha strattonata per farla sedere al banco; di un bambino rimproverato dalla maestra con urla e il dito puntato contro la faccia e contro il petto; di una bimba diabetica che, dovendosi misurare la glicemia varie volte al giorno e fare l’iniezione di insulina, è stata definita dall’insegnante, davanti ai compagni, un disturbo per la lezione.
Eventi spiacevoli e basta? Non è gravissimo solo il fatto che un insegnante tocchi in modo fastidioso un bambino in classe, anche un’occhiataccia minacciosa o le urla, con la faccia deformata dalla rabbia, fanno male ai bambini, che sono come lumache senza guscio, senza protezione.
Nella scuola, la paura, la minaccia fisica o psicologica non sono metodi educativi accettabili e lasciano uno stigma sugli studenti tanto grande quanto una percossa o un abuso grave. Il clima di terrore è la cosa più lontana possibile dall’educazione.
Tutti sappiamo quanto possa essere esasperante e frustrante gestire le esuberanze dei bambini o di una classe. La relazione con i bambini non è un talento, va educata. Il cosiddetto burn-out, la momentanea incapacità di tener dritta e ferma la barra educativa davanti a minori indisciplinati, è umano, può accadere. Gli stessi sindacati degli insegnanti, che in questo momento non si sentono particolarmente ascoltati su questo punto, hanno fatto più volte leva sul logoramento psicologico che la professione comporta.
Sono a conoscenza di docenti che frequentano i corsi di specializzazione per propria iniziativa, per imparare a gestire questi momenti di rabbia e frustrazione. Se questo supporto agli insegnanti non fosse lasciato alla libera iniziativa ma organizzato dalle istituzioni, tutti starebbero meglio.
L’arte del rimprovero fermo senza uscire dai gangheri, senza rabbia, senza sfogo fisico e umiliazione psicologica, non è innata: richiede un percorso di formazione, di monitoraggio e di supervisione.
Si dovrebbe cominciare a guardare la questione anche da un altro punto di vista: ci sono maestre che sbagliano ma tante altre che fanno bene il loro lavoro. Ma chi educa gli educatori ad educare? Con un organico sempre più all’osso, scarse risorse e dirigenti scolastici spalmati su più istituti come manager che devono solo render conto dei bilanci, la “buona scuola” pare aver perso di vista la vera formazione dei docenti, che non può essere solo quella dei corsi di aggiornamento tecnico e didattico.
Una formazione in merito dovrebbe essere disposta per legge e sarebbe opportuna la nascita di Associazioni di confronto e formazione comune tra educatrici e genitori affinchè le forme di rimprovero si fondino su un approccio calmo e razionale, orientato al dialogo invece che alla paura.
L’alleanza tra scuola e famiglia è il primo passo per il benessere dei bambini.