di Federico Fiocco

Il malato oncologico: caso concreto

Come anticipato nell’articolo precedente della presente rubrica il consenso informato dev’essere frutto di un rapporto reale, non apparente, tra medico e paziente, in cui il sanitario è tenuto a raccogliere un’adesione effettiva e partecipata, oltre che cartacea, all’intervento. Esso non è dunque un atto puramente formale e burocratico ma è la condizione imprescindibile per trasformare un atto normalmente illecito (la violazione dell’integrità psicofisica) in un atto lecito, fonte appunto di responsabilità”.

Sulla stessa lunghezza d’onda possono ritenersi le norme del codice deontologico dei medici (1998) che all’art. 33 prevede che Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate”. Ed ancora all’art. 35 viene affermato il principio secondo cui “Il medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del consenso esplicito e informato del paziente”.

Nel caso di un malato oncologico che debba essere sottoposto ad intervento chirurgico per asportazione del tumore, è necessario che il consenso informato sia esplicito in merito all’urgenza, agli obbiettivi, ai benefici o rischi, possibili menomazioni, nonché all’eventualità che il tumore possa riformarsi a distanza di tempo.

In un caso concreto, il Tribunale di Milano (la paziente a causa di carcinoma mammario era stata sottoposta a mastectomia successivamente alla sottoscrizione di un modulo di informazioni sommarie e lacunose sia sull’intervento sia sulle cure successive) ha ritenuto non assolto il dovere del medico e della struttura sanitaria circa il diritto del paziente ad essere informato in relazione allo specifico intervento, configurandosi, per tale ragione, un’autonoma fonte di responsabilità in capo ai medici per lesione del diritto costituzionalmente protetto di autodeterminazione (art. 32 2° c. Cost.).

Nel caso di specie il Tribunale, malgrado abbia acclarato l’inadempimento da parte dei medici e della relativa struttura sanitaria in ordine al mancato consenso informato, ha respinto la domanda di risarcimento del danno avanzata dalla paziente sulla base dell’assunto che, la medesima, non ha subito alcun pregiudizio alla salute a causa dell’intervento e che anzi, detto intervento, è stato eseguito con la migliore tecnica, ha determinato un miglioramento delle condizioni fisiche della paziente e che non esistevano tecniche diverse per eseguirlo (Sentenza Tribunale di Milano del 29.03.2005 n.3520).