di Federico Fiocco

Consenso informato nelle cure palliative

Nei precedenti articoli si è ampiamente riferito in merito alle norme giuridiche e deontologiche che disciplinano il consenso informato.

Nell’ambito delle cure palliative il suddetto consenso informato incontra ulteriori ostacoli dovuti all’interposizione dei familiari del paziente, alla frequente incapacità del malato di manifestare la propria volontà nonché alla pregressa disinformazione relativamente a dette cure.

In particolare gli operatori sanitari, pur non disconoscendo il ruolo fondamentale svolto dai familiari, non dovranno mai dimenticare che l’interlocutore principale, ove sia capace di intendere e volere, sarà comunque il malato.

In presenza poi di pazienti con autonomia compromessa la legge n.6 del 2004 ha posto un valido ed efficace rimedio alle situazioni di conflitto tra i familiari o ai comportamenti degli stessi che possano pregiudicare la messa in atto di interventi idonei a realizzare il miglior interesse del congiunto malato. Si tratta del ricorso al Giudice Tutelare per la nomina di un amministratore di sostegno ai sensi dell’art. 406 co.3 c.c.

L’amministratore di sostegno è tenuto ad assicurare “a tutti gli individui nell’impossibilità, a causa delle loro condizioni, di provvedere ai propri interessi” (articolo 404 del c.c.) una protezione rispettosa della loro autonomia residua o comunque rispettosa della loro presumibile volontà o visione del mondo.

 

Un recente provvedimento del Giudice Tutelare presso il Tribunale di Reggio Emilia ha però chiarito i limiti relativi ai poteri dell’amministratore di sostegno (Tribunale Reggio Emilia, decreto 24.07.2012): nel caso di specie, l’amministratore di sostegno di una donna affetta da una grave forma di sclerosi multipla e incapace di esprimere una propria determinazione, ha proposto ricorso al Giudice Tutelare chiedendo di essere autorizzato ad esprimere, nell’interesse della beneficiaria e a causa di un suo aggravamento, un consenso informato per sottoporre la medesima donna a delle cure palliative anziché a procedure invasive come l’intubazione meccanica.

Il Giudice ha provveduto in primo luogo a ricostruire la volontà espressa in passato dalla donna in occasione della malattia del padre e nella pienezza delle proprie capacità attraverso le testimonianze delle persone a lei vicine. Da siffatte dichiarazioni è chiaramente emerso che la donna si era dichiarata contraria a qualsiasi forma di accanimento terapeutico.

Pertanto il Giudice, sulla base di quanto sopra, ha accolto l’istanza dell’amministratore di sostegno ribadendo che il potere di esprimere il consenso alle cure mediche, nell’interesse del beneficiario, può essere deferito all’amministratore soltanto a seguito della ricostruzione della presumibile volontà nonché degli intendimenti del beneficiario in relazione all’intervento proposto.