di Isabel

2014: prima settimana di Giugno e ultima settimana dell’anno scolastico. Mia figlia, 7 anni, seconda elementare. È contenta e gioiosa perché le tanto agognate vacanze sono ad un soffio. L’Estate bussa alle porte ed in casa la gioia aleggia nei cuori. Si parla di piccoli progetti per le vacanze in famiglia e per gustare il dono della bella stagione; piccole cose che spesso si danno per scontate, quasi fosse un diritto che ci è dovuto.

Ma la vita non è così. La bella stagione presto ci riserva uno spaventoso temporale. Veniamo travolti in pieno dalle acque impetuose di una malattia. Una corrente che tutto trascina, tutto muta nel vero senso della parola. Una inversione a “U” forzata, una virata inaspettata in un vicolo che mai avresti voluto imboccare.

Sei lì e di questo vicolo non vedi la fine. Non sai cosa troverai mentre lo percorri, senti solo nel cuore una morsa stretta che ti opprime il petto tanto da toglierti il respiro. Un tremolio interiore che ti fa male, un dolore terribile che non sapresti identificare con nessuna parte fisica corporea. Eppure tremi.

Paura. Una paura deforme, buia. Non ti senti più te stesso.

Ti dici, per quel che riesci a pensare, “non è possibile, non a me, non alla mia famiglia”.

Ti dici, mentre ti senti in trappola dentro un incubo terrificante, “apro gli occhi e finisce l’incubo”.

E così cerco di fare, ma aprendo gli occhi l’incubo terrificante è lì che mi guarda ancora.

Penso. Cerco con i pensieri di aggrapparmi allo sperone di roccia che mi si offre timido per non cadere nell’abisso e che mi porta a pensare che abbiano sbagliato diagnosi.

Ma, ahimé, al reparto di radiologia della nostra città, che saluto con affetto profondo (mi è stato consigliato di non fare nomi ma i medici a cui sono grata e affezionata lo sanno) hanno visto bene. Medici pieni di zelo e umanità e altamente professionali.

E continuo a pensare.

Ma se due giorni fa, tre giorni fa, quattro giorni fa ho insegnato a mia figlia ad andare in bicicletta senza rotelle sottoponendomi ad un grande sforzo senza alcun dolore che mi avvertisse della malattia! Nessun segnale d’allarme.

Due giorni fa, tre giorni fa…ieri, stamattina…tre piani di scale su e giù con la spesa, i pacchi di bottiglie di acqua, i saltelli per scendere veloce perché si è fatto tardi… Una vita “normale”.

Vengo ricoverata al Gemelli e per una settimana vengo immobilizzata a letto in attesa di un busto Camp C-35 e di due canadesi per deambulare soltanto per andare in bagno e mangiare seduta a tavola. Non posso fare altro. Imbustata come una lettera da spedire. Il resto del tempo (che è infinito) a riposo completo. A letto.

Comincio le radioterapie nella nostra città ed anche qui esprimo la mia profonda gratitudine per l’accoglienza e professionalità del reparto e l’amorevolezza con cui il malato viene trattato. Non un numero ma una persona con un cuore di carne.

A fine Luglio vengo di nuovo ricoverata al Gemelli ed hanno inizio le chemioterapie che tuttora proseguono. La mia sincera riconoscenza ed il mio affetto va anche ai medici e agli infermieri che mi tengono in cura.

 In questi mesi c’è stata tanta pioggia, ci sono state le nuvole grigie minacciose, i cumuli biancastri e c’è stato anche il sole. Rendo grazie a Dio di non essere stata mai sola. L’amore mi ha toccato corpo e anima sempre… mio marito, mia figlia, la mamma di mio marito che è “la mamma”, il papà di mio marito, gli amici, tra cui tanti sacerdoti… un via vai di amore costante che mi ha fatto “star bene”, e anche qui sono d’obbligo le virgolette.

Tutti noi però, per quanto abbiamo buona volontà e amore a profusione, arriviamo fino ad un limite, ci piaccia o no. Ci sono gli impegni, la famiglia, il lavoro, gli imprevisti e spesso non possiamo dedicare tutto il tempo che vorremmo alle persone care.

Dai primi mesi abbiamo avuto bisogno di aiuto. Non potendomi muovere “agevolmente”, non potendo frequentare luoghi affollati, avevamo la necessità sin da subito di un’infermiera che venisse a casa per i prelievi e le punture 7 giorni ogni 15 e questo per diversi mesi. Cosa fare? A chi rivolgersi?

Non conoscevamo affatto questo “mondo” a domicilio, né a pagamento né il volontariato. Ma il buon Dio che non abbandona mai le Sue creature, ci ha fatto conoscere provvidenzialmente il grande cuore dell’ALCLI. Cuore che batte per ciascuno di noi, dove c’è il bisogno, la malattia, la solitudine. Tanti cuori che battono per formarne uno solo che sgorga amore verso il prossimo.

Tutti in prima fila. Tutte le “squadre” (abbiamo avuto bisogno di tante cose) sono lì, in pole position.

Da subito appena hanno saputo le nostre difficoltà si sono prodigati per darci la mano, come si dà a un bimbo per farlo sentire tranquillo e sicuro, per accompagnarlo nel percorrere una strada incerta dove spesso c’è ansia e paura.

Sentirsi chiamare al telefono, o con un semplice sms o whatsapp, da persone che hai conosciuto pochi giorni prima per dirti un semplice e sincero “Come stai, hai bisogno di qualcosa?” che meraviglia!

Sono più che grata di questo dono immenso per la nostra città. Sono grata a questa Associazione di volontari e, diciamolo pure, “che volontari”! Vorrei sottolineare l’importanza di avere a Rieti una arteria in grado di ossigenare con la passione, l’impegno e la carità cristiane, la nostra realtà.

Un grazie infinito dal più profondo del mio cuore e che la gioia vera di Cristo Risorto sia nel cuore di tutti noi. Sempre.