di Lucio Boldrin

Un clima quasi da fiaba impera sempre in questi giorni natalizi; addentriamoci, allora, con attenzione al lieto fine.

Sono nato non molto tempo fa, negli anni cinquanta ma, dal punto di vista dell’umanità che abita il pianeta, sembra un’era geologica. Riflettendo sul “Natale oggi”, mi sono affiorate alle mente immagini di parecchi Natali fa, quando ero un bimbo: dopo un’attesa estenuante e carica di aspettative, era finalmente arrivata la mattina di Natale in cui alcuni giochi, dolciumi e frutta facevano il loro figurone sul tavolo della sala da pranzo. Giochi attesi per mesi, scelti “dal vero” con estrema gioia e non svogliatamente su di un catalogo o un sito Internet come accade oggi.

Sì, perché la fiaba ci narra che il confronto tra i due mondi, del passato e del presente, è veramente appassionante, commovente e suscita tantissime considerazioni. A quel tempo avevo tanti amici; vivevo in un paesino alla periferia di Verona e ogni famiglia era composta da almeno tre o quattro figli. Partite di calcio, palla prigioniera e ruba bandiera erano all’ordine del giorno. Gli amici si andavano a “chiamare” a casa e, a volte, ci si fermava lì ad aspettare che finissero di mangiare o di fare i compiti, partecipando a un pezzo della loro vita familiare prima di precipitarsi fuori a giocare. Per strada non c’erano pericoli. Si poteva circolare liberamente da soli: a scuola, a comprare il pane, a trovare un amico. Le auto nel paese andavano a passo d’uomo per evitare la palla poiché si giocava in mezzo alla piazza e non ti prendevano di mira come birilli da bowling. Se proprio non sapevi cosa fare, la tv iniziava nel tardo pomeriggio. I nostri genitori ci vedevano tornare la sera senza averci mai dovuto chiamare al cellulare che, del resto, non esisteva. Potevano contare sul nostro senso di responsabilità su quello dei ragazzi più grandi e, un adulto che ti dava una mano, lo potevi sempre trovare.

Poi arrivava Natale.

Il mattino presto tutti ci vestivamo a festa. Finita la Messa si andava infatti di casa in casa ad augurare il buon Natale ai vicini, ai parenti e agli amici. Si stava da ognuno di loro una quindicina di minuti, a volte di più, ed essi ti offrivano da bere, dolciumi o anche una mancia o un regalino. Questa pratica di augurio era molto diffusa tra la gente e parecchi la ripetevano anche il primo dell’anno. Si faceva un salto in città che era addobbata a festa. La pubblicità era in crescita già allora. Ma lo sfarzo non era ancora vertiginoso e sprecone. Le strade e le case, alla mattina di Natale, erano silenziose, spesso innevate. Mi ricordo un senso di pace diffuso, di sacralità. Anche da chi si diceva comunista (esisteva ancora questo termine). Ricordo quest’aria di religiosità, anche nelle persone, nelle parole, nei discorsi. Narra però la fiaba che la sacralità, da quei giorni, è lentamente scivolata nell’immaginario tecnologico. E da lì non è più riuscita, almeno sino ad ora, a risalire. L’adorazione del progresso tecnico ed economico ha frantumato il senso della collettività e dei suoi riti di rigenerazione dell’amore e del dono. Oggi, bimbi spesso annoiati di 9 o 10 anni non hanno più giocattoli nelle loro camerette, ma solo Playstation, Game Boy e cellulari sofisticatissimi. Impulsi elettronici anziché vibrazioni umane. Fredde, solitarie, asettiche piattaforme virtuali anziché reali e vocianti campi di gioco collettivi.

La società che abbiamo oggi è caratterizzata dalla disgregazione della comunità. Gli individui sono rimasti isolati dalla maggior parte delle relazioni che danno senso all’esistenza. Alcuni sono divisi anche al loro interno in personalità multiple e disturbate, tant’è che il consumo di psicofarmaci è arrivato alle stelle, e riguarda, nelle società europee, qualcosa come il 25-30% della popolazione.

Se si dovesse concludere la fiaba con un suggerimento di lieto fine, direi che vanno ripensati i doni  per il Natale di quest’anno. Vanno proposti ad una nuova umanità, nella speranza che essa riacquisisca poi i valori che l’industrializzazione e la devastazione del ‘progresso’ hanno cancellato. In questa visione, racconta la fiaba, che i regali più grandi che si possano fare a dei bimbi oggi sono molto particolari e a bassissimo costo: amici al posto di Playstation, corse al posto di divani, genitori al posto di baby-sitter elettroniche, libertà e consapevolezza al posto di catene telefoniche, senso di giustizia e condivisione al posto di egoismo e prevaricazione e infine e soprattutto no quando è no e sì quando è sì. Regali per amore e non per smaltire un’assenza che duole. Altrimenti un mondo pur ecologico e zeppo di pannelli solari non significherà gran che.