di Diego Amelini

Raccontare una storia non è poi così semplice, ancor più se ne sei il protagonista. Un’avventura oncologica ti cambia, ricollocandoti nella giusta posizione del mondo e quando scopri di avere avuto una seconda possibilità, negata a molti purtroppo, ti approcci alla vita in modo nuovo. Oggi, dopo 23 anni da quel periodo, nonostante tutto devo dire grazie alla mia (dis)avventura. Grazie per aver alterato la corsa, obbligandomi a ridisegnare nuove traiettorie. Grazie per avermi fatto toccare con mano un nuovo inizio che porta con sé quella sana follia e spinge a stringerti le spalle consapevole di potercela fare davvero.

Se alla realtà oncologica, mescoli strascichi di disabilità da essa causati, davvero ti riscopri un uomo diverso. Privato della forza degli arti inferiori, costretto per più di un decennio su una sedia a rotelle, finisci per guardare il resto del mondo da una nuova prospettiva. Impari a notare i dettagli, evadere grazie alla fantasia, essendoti stata preclusa la corsa con le gambe. Ci ho messo anni ad accettarmi e ad accettare l’equilibrio. Anni per trovare un senso a tutto questo, sempre un po’ troppo distante da quel che ero e troppo vicino a come gli altri mi avrebbero voluto. Mi sono travestito, indossando i panni della normalità, quando in fondo era proprio quella diversità a rendermi unico. Ho imparato anche da adulto a guardare il mondo proprio come fanno i bambini: dal basso verso l’alto. Quel mondo che si è pulito la coscienza, trovando nomi che fossero “meno offensivi”, nascondendo in realtà una mancata accettazione del problema. Si è voluto “normalizzare” qualcosa di diverso: da handicappato a disabile a diversamente abile, finendo per risolvere il problema da un punto di vista linguistico, lasciando invece enormi baratri a livello pratico e psicologico.

Schiacciato anche io da questa ricerca della normalità, ho nascosto agli altri qualcosa che a me era visibilissimo. Ho impiegato anni, finendo per scoprire un mondo che probabilmente non avrei mai conosciuto se fossi stato normale o avessi continuato a fingermi tale. Due gambe possono averle tutti, in carne o meccaniche, una mente che sa planare no. Non possono costruirtela o impiantartela, vendertela o regalartela.

Ho imparato a respirare, lasciando che chi mi stesse vicino potesse respirare l’aria rarefatta della malattia e disabilità. Come quella di montagna, così pesante da “spaccarti” quasi i polmoni, ma allo stesso tempo magica.

Ho lasciato che pensassero che fosse davvero facile conviverci, che un sorriso potesse vincere tutto. Ho voluto che apprezzassero il bello dell’essere diversi, senza sopportarne il peso. Ho rinunciato a tanto, ho dovuto farlo. Alla bellezza della corsa, alla possibilità di saltare e, tra qualche anno, non potrò più prendere in braccio i miei nipoti stando in piedi. Il peso della disabilità piega le gambe, oltre che le aspettative.

Non volevo che mi ammirassero però, non ero poi così speciale. Non avevo fatto nulla di straordinario, ero soltanto sopravvissuto a una vita “non normale”. Ero diverso, tutto qui. Un esperimento a cui era stata data una seconda possibilità, con qualche complicazione, ma riuscito.

Io non ho mai smesso di correre. E tu?