di Lucio Boldrin

La bellezza…

Quanto abbiamo sentito questa pa- rola in questi mesi. Un tema a me caro, vuoi per gli studi fatti, vuoi per la sensibilità personale. Vuoi anche per la consapevolezza che stiamo sempre più perdendo il senso del limite nel nostro rapporto con la bellezza e la natura. Stiamo arrivando vicini al punto di rottura che non ci consentirà di poter tornare indietro se non con grandi e gravi perdite. La bellezza di cui parlo è quella della natura, del mondo in cui viviamo, dei paesaggi e dei boschi, delle spiagge e delle nostre coste e dei deserti, che si lasciano in nome del progresso e del mito di una economia distorta, tutta incentrata al mercato, alla crescita e sviluppo continuo. Ovunque si distrugge e sempre in nome di un futuro migliore. La bellezza naturale è un regalo creato per tutti e dovrebbe es- sere protetto come qualcosa di prezioso e irriproducibile. Una volta che si è distrutto non c’è possibilità di ricostruzione. Quello che si perde è per sempre.

E così le civiltà contadine dei nostri piccoli paesi, come le tribù indigene dell’Amazzonia, si estinguo- no come specie rare. Guardarsi attorno e vedere solo gettate di cemento o la mancanza di rispetto per l’ambiente, ti toglie ogni senso del bello. Si devono cercare vie alternative per non compromettere del tutto la natura: la bellezza è un dono per tutti come la vita. È un diritto. Non è un tema da nostal- gia, non è la bellezza in un quadro, in una poesia ma è, soprattutto, la bellezza nello sguardo di tutti i giorni e di ogni cittadino, è l’elemento che predispone alla conoscenza, alla creatività, a una maturità civica che non puoi avere nei quartieri degradati. È un diritto che va riconosciuto nel quotidiano, devi pensare alla qualità, alla bellezza dei luoghi in cui si vive e si lavora. Io penso alla bellezza come a una nuova frontiera di cittadinanza. Nelle società moderne le categorie di bellezza e bontà sono indi- pendenti. Nell’antichità bellezza e bontà andavano, invece, di pari passo in quanto intimamente legate a un’idea più ampia e nobile di ordine, armonia ed equilibrio delle parti, che trovava piena espressione nella filosofia greca. Già la radice etimologica, dal latino bellus “bello”, è diminutivo di un’espressione antica di bonus “buono”. Le due categorie hanno iniziato progressivamente ad allontanarsi fino alla nascita, nel diciottesimo secolo, dell’estetica: disciplina filosofica che studia la capacità del bello di essere percepito dai sensi. Nella prima metà degli anni Ottanta, un’indagine per sondaggi promossa dalla Commissione Europea, valutava l’indice di “sensibilità” del disagio relativo a sei fattori selezionati nel contesto familiare della vita quotidiana quali la purezza dell’acqua potabile, il rumore, l’inquinamento dell’aria, l’assenza di accesso a spazi verdi,  la scomparsa di buone terre di coltura e il degrado del paesaggio. Soprattutto quest’ultimo presentava il valore più elevato dell’indice di sensibilità. In alcuni contesti fare la guerra al “brutto” significa lottare contro il disagio sociale e la criminalità organizzata. In effetti, la bruttezza di certi quartieri è intimamente legata a situazioni di degrado sociale che, a diversi decenni di distanza, non sono state ancora del tutto debellate. La bellezza dei luoghi è quindi un obiettivo irrinunciabile che contribuisce in modo de- terminante al riconoscimento della dignità, tanto tra gli appartenenti alla comunità stessa quanto verso l’esterno. Il diritto alla bellezza e al paesaggio sono strettamente connessi alla qualità della vita sociale e economica e al valore della libertà.